La Sancta Jerusalem Bononiensis

Il complesso religioso di S. Stefano è più antico di Bologna. Nell’anno 393 venne a Bologna il vescovo Ambrogio di Milano e fece “l’invenzione” dei proto-martiri Vitale e Agricola, che avevano subìto il martirio nel 303 sotto Diocleziano. I corpi vennero trovati in un cimiterino ebraico poco distante. Agricola era un possidente e un militare e Vitale era il suo servo.
In quei primi secoli non era ancora conosciuta la distinzione tra giudei e cristiani, e pertanto i due vennero inumati come ebrei. La condanna a morte era stata eseguita in un luogo che oggi possiamo indicare che fosse dietro all’attuale chiesa a loro dedicata che è sulla via di S. Vitale.
Lì dietro, anticamente passava il torrente Savena, e le esecuzioni capitali venivano eseguite dentro l’alveo “in arena”. Dapprima, Ambrogio fece mettere i corpi in due sarcofagi nella chiesa del Martirio, e in seguito furono sistemati ai lati della chiesa romanica che è a loro dedicata.
Sul portale di questa chiesa sono raffigurati i due santi ai lati del Cristo, e sono distinguibili per le vesti, da padrone e da servo, e Vitale è quello che tiene il libro.
Vuole la tradizione che la sistemazione delle chiese dette di S. Stefano sia stata fatta per volontà di S. Petronio vescovo (431-450) che volle rappresentare gli edifici sacri di Gerusalemme: una Sancta Jerusalem Bononiensis. Si volle dare a queste chiese, che in origine erano sette, la simbologia delle vicende raccontate nei Vangeli, relative agli ultimi giorni di vita di Gesù. Ogni edificio rappresenta simbolicamente il percorso della sua condanna e morte. Nella Settimana Santa venivano fatte solenni processioni che arrivavano anche al monticello della chiesa che è oggi quella di S. Giovanni in Monte, che rappresenterebbe il Golgota.
In questo luogo esisteva già un tempio dedicato al culto della dea Iside, un culto di provenienza egizia che contemplava una trinità di dei e il rito del battesimo. Di questa religione è rimasto l’edificio a forma circolare che oggi chiamiamo chiesa del S. Sepolcro. Il balconcino che si vede in angolo serviva per l’ostensione ai fedeli delle reliquie. Nel fianco della prima chiesa c’è una lapide, ritrovata in loco, che dice del tempio di Iside.
Questa piazza triangolare non è proprio una piazza, ma è un sagrato, pavimentato con ciottoli di fiume (nella toponomastica non è scritto piazza ma è via di S. Stefano).
La chiesa del Crocefisso risale ai secoli XI° e XII° ed è stata molto rimaneggiata nei secoli successivi. E’ costruita a pianta basilicale, a una sola navata, con il presbiterio sopraelevato (rifatto nel ‘600) e la cripta. Alla sinistra c’è una Pietà in cartapesta, opera di Angelo Piò (XVIII° sec.) fatta con i mazzi di carte sequestrati nelle osterie per ordine del cardinale legato. Il grande crocefisso è un’opera di Simone dei Crocefissi (1370).
La cripta (XI° sec.) è a cinque navatelle con pregevoli capitelli, tutti diversi; altare delle reliquie e affreschi dei supplizi dei due martiri. Sulla porta per passare alla chiesa adiacente c’è la tomba di un Aldrovandi, con due aquile, forse fatte da Michelangelo negli ultimi anni del ‘400.
Entriamo nella chiesa del S. Sepolcro (rifatta nel XII° sec.) che è a pianta ottagonale, con tiburio, cupola e corridoio superiore. E’ stata cattedrale e battistero longobardo ariano. Al centro vi è il sepolcro, che è fatto a immagine di quello originario di Gerusalemme, così come era stato visto e riportato dai pellegrini prima della sua distruzione fatta dai mamelucchi nel XI° secolo.
Gli ornamenti simbolici superiori sono stati aggiunti nel ‘300. Fino al giubileo del 2000 conteneva il corpo del vescovo Petronio, ma senza la testa. Per risolvere una diatriba tra i frati benedettini e i canonici di S. Petronio il papa Benedetto XIV° Lambertini (1740-1758) aveva fatto portare la testa del santo vescovo nella seconda cappella della chiesa a lui intitolata. Dall’anno 2000 il corpo del santo è stato ricongiunto nella chiesa di S. Petronio.
Le colonne di marmo cipollino che sono abbinate ai pilasti sono il residuo del tempio isidiaco.
Sulla destra, staccata, c’è la colonna detta della Flagellazione. Fino all’alto Medioevo, nel centro c’era una vasca gradinata che serviva per i battesimi. Sappiamo che sotto il pavimento c’è una sorgente d’acqua.

Entriamo nella chiesa dei protomartiri (rifatta nel XI° sec.), che è in stile romanico-lombardo.
La sua prima costruzione è del IV° secolo. La facciata è stata rifatta nel XX° secolo. Ci sono tre navate e tre absidiole con stretti finestrini di alabastro. In origine era completamente affrescata, mentre adesso rimane solo qualcosa su una colonna. La copertura è stata rifatta. Sulla destra, nel muro, c’è una croce che è stata protetta da lamiera per evitare che i credenti ne asportassero dei pezzetti. Di fianco all’altare ci sono i due sarcofagi di Vitale e di Agricola. Nel ‘300 era stata trovata una lapide sepolcrale con il nome Symon, e subito si volle credere che fosse la tomba dell’apostolo Pietro. La chiesa venne intitolata a S. Pietro, e molti pellegrini romei, anziché camminare ancora per 400 chilometri, preferivano fermarsi a Bologna. Questa devozione religiosa dette molto fastidio alla curia di Roma, perché distraeva notevoli introiti. Per cui, nel XIV° secolo il Papa Eugenio IV° fece sconsacrare la chiesa, abbattere le volte e riempirla di rifiuti. Rimase chiusa fino a che il vescovo di Bologna, che era il card. Giulio della Rovere (poi diventerà Papa Giulio II°) la fece riconsacrare e riaprire al culto dei due protomartiri.
Entriamo nel Cortile di Pilato, così chiamato perché al centro c’è un bacile che è abbinato a quando nel Vangelo è scritto che Pilato “si lavò le mani”. Il bacile è del VIII° secolo e serviva a contenere le offerte portate dai fedeli. Sul bordo si possono leggere i nomi del re longobardo Liutprando e del vescovo Barbato. Girandosi indietro si vede un lavoro murario di arte eclettica padana di recupero, con trafori fatti forse da artigiani arabi. Nel portico a destra ci sono delle tombe e una è di un sarto, perché è evidenziata una forbice. Poi c’è una cappella con uno dei primi simboli della religione cristiana: il gallo della resurrezione.
In fondo c’è la chiesa del Martirio (XIII° sec.) a due navate trasversali, con interessanti capitelli e lastre tombali. La sua strana forma è causata dal fatto che, per ampliare il cortile, si è arretrata la facciata della chiesa. Sopra l’ingresso sono da vedere le chiusure trasparenti, di stile moresco, che sono fatte di mica. Nella cappella di sinistra c’è un presepe a grandezza naturale fatto nel ‘300, in legno di faggio, ridipinto con vivaci colori da Simone dei Crocifissi.
Andiamo nel chiostro maggiore (XI-XIII° sec.) che si presenta a doppio ordine. Quello superiore mostra interessanti capitelli a figure umane e di animali. Quando era studente a Bologna il padre della lingua Dante Alighieri, negli anni 1286-87, ed era socio della Compagnia dei Toschi, in questo luogo di pace, che nella calura estiva è il posto più fresco, veniva a meditare le sue mirabili visioni dell’altro mondo. E qui, ha certamente visto quelle figure umane che l’hanno ispirato a scrivere il contrappasso dei superbi del canto X° della seconda cantica: “Come per sostentar solaio o tetto, per mensola talvolta una figura si vede giugner le ginocchia al petto…”. A destra c’è uno che tiene il capo all’indietro, perché in vita aveva fatto il veggente. L’Alighieri, nel “De Vulgari Eloquientia” scrive che: “La parlata di Bologna è la più bella”. Notare che il cortile con il pozzo al centro (1632) ha il pavimento convesso, perché si tratta di una tipica cisterna bolognese per la raccolta dell’acqua piovana. E notare anche che le pareti del cortile sono incurvate, per dare l’effetto prospettico di maggiore ampiezza.
Andiamo dentro al locale dove i frati espongono le loro produzioni di oggetti religiosi e altro.
Ci sono bellissime opere di pittura. Poi passiamo nel piccolo museo che contiene i reliquiari e altri arredi di culto. Infine entriamo nella chiesetta dedicata alla Sacra Benda, la fascia che la tradizione dice essere quella che usò la madre di Gesù per asciugargli il volto dopo la deposizione dalla croce.
Infine, torniamo all’esterno per riassumere in memoria questo complesso religioso che è molto caro ai bolognesi, che ci ricorda S. Ambrogio, S. Petronio e Dante, e che contiene l’unica immagine che è rimasta di come era l’originale Santo Sepolcro di Gerusalemme.

2017-04-06T18:10:10+00:00