Uno dei primi, e forse il primo europeo che prese l’abitudine di respirare il fumo di tabacco, fu un certo Rodrigo Jeres, un compagno di viaggio di Cristoforo Colombo, che venne messo in prigione perchè aveva preso il vizio d’imitare quello che facevano i selvaggi del Nuovo Mondo.
Colombo era ritornato dal suo primo viaggio trans-oceanico il 28 marzo 1493, ancora convinto di avere visto le coste a Est del continente asiatico.
In Italia la notizia della sua impresa giunse ad alcuni studiosi fiorentini a mezzo di una lettera inviata da uno spagnolo che era stato presente ai festeggiamenti d’accoglienza fatti al navigatore nella città di Barcellona, dove risiedeva la corte sotto le corone di Aragona e Castiglia.
“Vi ricordate di quel Colombo ligure che aveva avuto dai miei sovrani tre navi per navigare all’Occidente verso gli antipodi? È ritornato, dopo avere navigato per cinquemila miglia e più, per trentasei giorni senza vedere che cielo e mare, e racconta di aver trovato cose meravigliose”.
E veramente Colombo aveva portato con sé grande quantità di cose fantastiche e mai viste, da far sbalordire i reali di Spagna Ferdinando e Isabella e tutti i cortigiani.
Oltre a pochi oggetti d’oro, aveva portato tante cose strane: decorazioni di piume, maschere da cerimonia, animali e piante sconosciuti, pappagalli multicolori, e anche alcuni indigeni, maschi e femmine, condotti come schiavi in dono alle “Cristianissime Maestà”. Questi nativi, che venivano chiamati impropriamente “indiani”, destarono il maggior interesse e curiosità dei presenti.
Erano dei selvaggi seminudi, con i loro ornamenti, e Colombo mostrava e spiegava i loro atteggiamenti e movenze di danza, mentre i cortigiani restavano sbalorditi con esclamazioni di meraviglia. Erano presenti i nobili più rinomati, i cavalieri e le dame più in vista del regno, le persone di studio, e tutti quanti con abbigliamenti eleganti e raffinati. Erano tutti ben convinti che quei selvaggi seminudi fossero uno spettacolo disgustoso, un esempio di una razza inferiore.
A un certo punto, dopo avere suonato i loro strumenti e danzato, gli indiani estrassero da certe loro borse delle foglie scure, rinsecchite e puzzolenti, le arrotolarono tra le mani con cura e, dopo averne infiammata un’estremità alle fiaccole che c’erano nella sala, se le infilarono in una narice aspirandone il fumo.
Ci furono esclamazioni di disgusto e qualche dama più sensibile si fece venire uno svenimento.
Non s’era mai visto che un essere umano, sia pure un selvaggio, mostrasse di respirare la combustione di foglie marcescenti.
Quei nobilissimi e raffinati cortigiani non immaginavano di essere presenti al primo esempio di una usanza che sarebbe stata accettata dagli europei e per i secoli futuri.
Era nata una nuova abitudine che avrebbe coinvolto ricchi e poveri, nobili e plebei, uomini e donne, e che avrebbe interessato le economie delle nazioni e provocato negli individui gravi malattie e morte precoce.